Invito a pranzo di Di An

La scrittrice cinese Di An

Chi è Di An.

Di An è una giovane scrittrice cinese. Figlia d’arte, unica, solitaria e oscura.

Era il 2002 quando si trasferì in Francia per studiare e iniziare la sua carriera professionale. Sola e lontana da casa, è lì che trovò finalmente la forza e il momento per riflettere su quella sua patria allora così distante e su sé stessa.

Stile letterario.

«Non credo sia così importate che le mie opere appartengano o meno a una corrente letteraria.»

Questo è quello che dichiara sempre durante le sue interviste che la etichettano come una dei maggiori esponenti della nuova generazione di giovani scrittori, dove nelle loro opere non esiste più il noi collettivo e socialista della vecchia generazione, ma un Io più individualista che si sta insinuando sempre più tanto nella società quanto nella letteratura contemporanea cinese.

Cosa vuole comunicare con questo racconto.

La scrittrice presenta al lettore la dicotomia vita e morte, in una visione prettamente soggettiva e che va oltre quella della sua cultura di appartenenza. Un punto di vista diverso e unico. Uno stile inconsueto per una cinese che rompe con la tradizione, seppur la usi, per parlare del suo Sé interiore.

INVITO A PRANZO

Pechino | notte fonda | 5, novembre 2012

A quanto si dice, quando si invitano ospiti a pranzo, non possono esserci sei persone sedute a tavola.

In totale, tra invitante e ospiti, cinque persone ci possono stare, anche sette non danno particolari problemi. Ma, così come da tempo immemore un detto della gente di Longcheng dice, avere sei persone a pranzo non è  per nulla appropriato.

Nessuno può affermare con assoluta certezza che questa regola venga rispettata ovunque, ma sta di fatto che così viene trasmessa, tramandata e perpetutata.

Soltanto un bambino si domanderebbe il perché dell’esistenza di questa regola.

In ogni modo, quel pranzo non poteva essere fatto se non con sei persone: un invitante e cinque ospiti. Era stata coinvolta anche una certa persona per eludere quell’antico tabù, ma non fu per nulla appropriato.

Entrò il primo ospite. Mentre si guardavano distrattamente l’un l’altro, l’invitante non riusciva a capacitarsi di come fossero già passati così tanti anni, nonostante da tempo lo avesse pensato più volte e sapesse che anche lo stesso ospite lo aveva fatto.

«Sei invecchiato.» disse l’ospite, con un tono che sembrava portare con sé quel gelido vento esterno. Poi aggiunse ancora: «Oggi è così freddo.»

«Eh sì, hai ragione.» rise lui e poi disse di nuovo: «A vederti stai proprio bene, ma io so di essere cambiato molto.»

Anche l’ospite rise: «A cosa servono queste smancerie. In trent’anni, chi riesce a non invecchiare?»

Guardò verso il basso, non sapeva proprio come dovesse ricambiare quei saluti cerimoniosi. Continuò comunque a mantenere il silenzio, anche se era un comportamento poco cortese. Che dire allora? Insomma non si può esordire con: Sai il mese scorso, durante la riunione di classe, correva voce che tu avessi il cancro. 

Ma l’ospite, mentre lasciava il soprabito malriposto su un lato libero della sedia, disse impassibile: «Non devi sentirti a disagio. Bhe sì, ho un cancro al fegato. Soltanto quando l’ho fatto analizzare, sono riuscito a distrarmi. Tutti sanno che è un male incurabile, ma una volta che ci si abitua all’idea, allora ci si rassegna.»

Imbarazzato, l’invitante disse: «Tu riesci sempre a prendere le cose con filosofia. Del resto, è proprio la miglior cosa da farsi. Nulla riesce ad abbatterti.»

Il suono di quelle parole andò scemando, e anche lui ritenne che quella frase rivelasse un che di terribile. Nervosamente si impose di stare zitto.

Teneva tra le mani quella teiera lì davanti a loro, così decise di versare il tè all’ospite, ma l’acqua andò a colpire di striscio il bordo della tazza e, come una piccola cascata, si divise in due: un minuscolo rivolo cadde sul fondo della tazza, ma gran parte si riversò dal bordo bagnando la tovaglia.

Improvvisamente scoppiò a ridere: «Ho visto i fantasmi!»

Non riusciva proprio a trattenersi e sempre più sconvolto dalle sue stesse risa, non poté far altro che tentare di cambiarne un po’ il suono, provando a renderle un po’ autoironiche.

Fortunatamente, grazie a quella sonora risata, anche l’ospite rise di gusto. Continuarono così a lungo. E con quella risata vibrante, riempirono pericolosamente anche le tazze.

Quando il secondo ospite entrò, non poté far altro che osservarli sconcertato.

Del resto era appena arrivato e avendoli già trovati in preda alle risa, non era di certo una scortesia non seguirli nel loro divertimento. Effettivamente non sapeva il motivo per il quale quei due stessero ridendo, perciò poté soltanto stamparsi un bel sorriso in volto, ma forse un po’ troppo caldo per dover semplicemente ringraziare per l’invito ricevuto.

Mentre attendeva il ritorno della quiete, il secondo ospite, con garbo e gentilezza, passò loro davanti e cautamente afferrò la teiera che conteneva ancora l’acqua bollente.

«Quel giardino lì fuori non è affatto male.» disse con tutta calma il secondo ospite e si sedette scegliendo uno dei posti più vicini alla porta.

Aveva i capelli e la barba completamente bianchi, era il più anziano.

«Anch’io l’ho cercato a lungo. È da poco che l’ho trovato. La vista non è male e poter vedere l’intero pendio da qui lo rende ancor più bello. In primavera poi, con lo sbocciare dei fiori, lo è ancora di più.»

L’invitante tornò finalmente alla normalità: «È da tanto tempo che non ci vediamo, Maestro Shen.»

«Non conviene fare le presentazioni?» disse il primo ospite guardandolo.

«Maestro Shen. Il mio insegnate delle medie. Ci insegnava matematica.»

L’invitante girò un poco il volto: «Questo è …»

«Mi chiamo Qu, Maestro Shen, Qu Luyan. Sono un suo compagno di università.» Davanti all’anziano, le sopracciglia di Qu palesavano un certo tipo di riverenza naturale.

«Università.» Dall’espressione del suo volto, il secondo ospite sembrava avere qualche perplessità: «L’anno in cui tu andasti all’università, era esattamente quando Ruo Mei…»

«Era il 1977.» disse l’invitante, interrompendo bruscamente il secondo ospite: «Maestro Shen, come mai non è venuta con lei Ruo Mei?»

«È ancora quella di sempre. Ha paura di parlare con gli sconosciuti. Quando sto per uscire di casa, penso sempre sia meglio lasciar perdere.»

«Ruo Mei è la figlia minore del Maestro Shen.» specificò l’invitante, afferrando la teiera per versare ancora un po’ di tè nella tazza del maestro che ne aveva già bevuto metà.

Il Maestro Shen, un po’ confuso, accennò ad alzarsi.

«Tu non sai.» disse l’invitante al primo ospite: «Shen Ruo Mei era all’epoca la famosa bella ragazza di noi di Longcheng.»

Il Maestro Shen, stava prendendo il tè, ma abbassò le palpebre verso il fondo della tazza per non mostrare l’espressione del suo volto.

«Nel 1977, quanti anni aveva?»

Il tono delle parole del primo ospite era carico della perspicacia di chi ha già intuito tutto.

L’invitante mise il menù davanti al secondo ospite: «Maestro Shen, prego scelga, anch’io non conosco molto bene questo posto. Ordini quello che le piace.»

E distogliendo lo sguardo dal primo ospite, disse con noncuranza: «Ventitré.»

Ridendo, il primo ospite esclamò: «La figlia del Maestro Shen non può venire, quindi oggi saremo soltanto in cinque: non è forse un caso che non si stia violando il vostro tabù di Longcheng?»

«Ma tu come fai a conoscerlo? Sono stato in così tanti posti, ma in effetti mi sembra che soltanto a Longcheng ci sia questa regola.» disse sorpreso l’invitante.

In realtà sotto sotto si congratulava con sé stesso per aver lasciato finalmente l’argomento Ruo Mei.

«Proprio tu, lo dici a me?» disse Qu Luyan: «Un’estate siamo tornati insieme a Longcheng per divertirci e siamo rimasti per più di due settimane a casa vostra. Tua madre mi ha insegnato alcune frasi nella lingua del Longcheng. Allora potevamo parlare di qualsiasi cosa.»

Trent’anni prima loro potevano parlare di qualsiasi cosa, sembra quasi una bella frase d’inizio storia, finché un giorno, la fidanzata di Qu Luyan non divenne la sposa dell’invitante.

«Se ci fossero sei persone oggi, aspetteremmo l’arrivo degli ultimi due, ma dato che gli altri due sono insieme, possiamo dare inizio al pranzo.»

Gli occhi dell’invitante si distolsero dal volto di Qu Luyan per guardare il Maestro Shen.

«Tranquillo, non c’è fretta!» disse ridendo il Maestro: «Ora nessuno di noi ha più fretta. Che premura c’è? Aspettiamo con calma!»

«Lin Wan come sta ora?» Qu Luyan sembrava non fosse più intenzionato a tentar di nascondere una situazione scomoda.

Lin Wan era sì la moglie dell’invitante, ma anche il primo amore di Qu Luyan: era la loro donna.

«Anch’io non lo so.» rise lui, con schiettezza.

«Perché hai voluto invitarci a pranzo oggi?» Qu Luyan sembrava si guardasse intorno con noncuranza.

«Perché siamo tutti morti.» rispose l’invitante: «Questa è una ragione sufficiente?»

Il Maestro Shen era morto, era morto otto anni prima entrando in coma profondo in seguito a un’emorragia celebrale.

Anche Qu Luyan era morto, era morto l’inverno precedente di cancro al fegato, questo è quanto l’invitante era venuto a sapere, soltanto il mese precedente, in una riunione di classe.

Anche l’invitante era morto, e quel fatto avvenuto dieci giorni prima richiamava il proverbio: Le persone appena morte sentono ancora freddo.

Era deceduto per un improvviso attacco di cuore: anche se soltanto dopo la sua morte seppe che, in realtà, già soffriva da tempo di problematiche cardiache.

Era morta anche Ruo Mei, la figlia minore del Maestro Shen. Era morta nel 1977.

Dopo il funerale, i vivi continuano allegramente a vivere e i morti non possono far altro che pranzare insieme.

L’invitante non sapeva che in questa parte del mondo ci fossero tali consuetudini: essendo morto da poco, non si era ancora abituato a quel tipo di tranquillità.

L’invitante aprì la porta e chiamò il cameriere che si trovava nel corridoio: «Porta le portate fredde e apri anche il vino!» Poi si rigirò verso Qu Luyan dicendo: «Lo so, nel tuo cuore certamente l’hai percepito che, una volta morto, non avresti più potuto parlare con me. Ma ora, essendo tutti morti, possiamo sederci e mangiare.»

Qu Luyan rise: «Vero, da quando sono morto, non ti odio più.»

L’invitante agitò la mano: «Non sollevare la questione: odiare o non odiare, con la vita e la morte non c’entra proprio nulla. Oggi non andremo via finché non ci saremo ubriacati. Da quant’è che non ti fai una sana bevuta?  E comunque ora non è più necessario che ti preoccupi per il tuo fegato.»

«Io invece sono uno smodato.» disse ridendo il Maestro Shen: «Quando ero vivo, bevevo furtivamente di continuo. Ora quello che desidero bere, bevo. Non avrebbe senso fare diversamente.»

Quella sera del 1977 fu l’ultima volta che l’invitante vide Ruo Mei.

La ragazza indossava una vecchia camicia bianca, con alcuni impercettibili fiori, colorati e brillanti, sparsi qua e là, e un paio di pantaloni di cotone blu scuro. Anche se tutte si vestivano così, una volta che arrivava, lei spiccava per leggiadria.

Era all’ingresso della via che portava alla loro scuola d’infanzia, quando lei si girò lentamente e gli sorrise incurante: «Hai fatto o no i test di accesso all’università?» gli occhi di Ruo Mei stavano sfidando il suo sguardo.

A quell’epoca lui aveva già sentito parlare della sua malattia. Tutti sapevano, la gente aveva subito sparso la voce.

La malattia si era generata nel cervello. E questo era vero. In breve, non c’era possibilità di cura. Se si parlava con lei a lungo, si poteva intuire che non era del tutto normale. Povera ragazza, era così bella ma si era già fatto il crepuscolo per lei. Addirittura, secondo i calcoli astrali, si diceva che poteva essere nata soltanto sotto una cattiva stella.

Ma lui era fermamente convinto che Ruo Mei sarebbe tornata ad essere di nuovo una persona normale.

Le rispose che non era andato male, ma che non era l’unico ad aver partecipato agli esami di ammissione, parecchi lo avevano fatto e tanti altri ancora.

C’era chi era andato a Pechino, chi era stato ammesso a istituti prestigiosi, c’era anche chi casualmente veniva assegnato a qualche dipartimento lontano, che dal loro punto di vista concedeva molta libertà.

A lui andava bene così. Aveva accettato l’idea che quella sua università non fosse così illustre e neppure così straordinaria.

Ma in ogni modo, tutti venivano dalla stessa vecchia scuola di base. Erano ex studenti del Maestro Shen e Ruo Mei la conoscevano bene.

Lui rimase lì, durante quel crepuscolo, con Ruo Mei a chiacchierare per mezz’ora almeno. Lo fece proprio con intenzione, elencando con lei uno dopo l’altro quelli che avevano superato gli esami, ovvero quelli che stavano per iniziare una nuova vita.

A quel tempo, Shen Ruo Mei aveva un grande cuore e guardava tutti con disinteresse. Lui aveva sempre prestato molta attenzione al proprio autocontrollo, o così almeno credeva di aver fatto, e non aveva mai ostentato il loro meraviglioso futuro di fronte a questa ragazzina affetta da malattia psichica.

Ruo Mei ascoltò tranquillamente e poi rise con la sua sempre naturale bellezza: «Eh sì, bello, è veramente bello!»

Stupito, lui guardò quel suo sorriso disteso.

Dal profondo del suo cuore sapeva che lei aveva realmente dei problemi mentali, ma era incredibile come potesse gioire per gli altri in modo così altruistico.

E proprio quella sera, Ruo Mei si suicidò, gettandosi da un palazzo.

Brindando con il Maestro Shen, disse: «Maestro Shen, non esortiamoli a bere, facciano pure come credono.»

Il maestro, silenziosamente, alzò il bicchiere e si fermò solennemente a mezz’aria per un istante, un istante carico di una grande forza di carattere.

L’invitante brindò così con il maestro, bevendo tutto d’un fiato.

In quel momento inebriante, pensò subito di chiedere al Maestro Shen se ci fosse qualche connessione con quel fatto avvenuto al crepuscolo. Perché desiderava domandarglielo? Certamente non per scusarsi, non era un suo sbaglio, almeno non ne aveva avuto intenzione. Aveva voluto soltanto piegare un poco l’orgoglio di quella ragazzina. Perché anche lei un tempo era riuscita a piegare la sua arroganza. La sua bellezza lo aveva ferito.

Del resto, soltanto quando una persona eccede nel bere, riesce ad esternare chiaramente queste cose.

Ma non sapeva che i morti non sono in grado di ubriacarsi.

Gli ospiti non glielo avevano ancora detto.

E le differenze tra i vivi e i morti sono numerose, brindare senza ubriacarsi era soltanto una fra le tante.

In realtà, non serviva neppure aspirare alla chiarezza.

Essere morti vuol dire esserlo per molto tempo, tutto si sarebbe venuto a sapere in modo naturale.

Mentre brindava con Qu Luyan, l’invitante rifletté seriamente un attimo se dovesse pronunciare quella frase Mi dispiace ma alla fine non poté proferir parola.

Un tempo lo aveva detto, lui e Lin Wan lo avevano detto mille volte.

Quel fatto proprio non riuscivano a sopportarlo, anche se Qu Luyan aveva sempre detto loro chiaramente: «Non importa, lasciate perdere.»

In quegli anni, in cui si erano appena laureati, i compagni di vecchia data nutrirono un forte odio comune verso di loro, isolando così l’invitante e Lin Wan.

Pur sapendo come gestire la delicata questione, loro non si misero in contatto con nessuno dei loro compagni. Passarono molti anni e, dato che Qu Luyan non si era più fatto vivo nel circolo studentesco, i compagni di classe decisero di riallacciare gradatamente i rapporti con la coppia. Accadde quando i loro figli iniziarono a crescere insieme. Senza neppure accorgersene, si resero conto di avere molte cose in comune come perplessità, pene e ammende.

Pertanto, contrariamente alle aspettative, fu Qu Luyan in seguito ad essere sulla bocca di tutti, ovvero una persona non del tutto avveduta. Del resto, le cosiddette relazioni umane superficiali non sono proprio questo?

Mentre un finto leggero imbarazzo misto a inconsapevolezza calava sul Maestro Shen, potendosi così estraniare dalla conversazione tra l’invitante e Qu Luyan, vennero serviti sei piatti freddi, curati nei minimi dettagli.

Sembrava quasi di essere di fronte a una cucina di alto livello.

Il Maestro Shen era una persona minuziosa.

L’invitante sembrò ricordare quell’estate particolarmente calda, quando i dazibao riempivano le pareti del cortile della scuola. E fra quelli ce n’era proprio uno, ingiurioso, contro il maestro.

Il capo d’accusa si riferiva a un libro che si trovava anni prima nella libreria di casa sua. Aveva la copertina strappata, edito nel 1949 e intitolato Yashe xiaopin, il cui autore era un famoso letterato reazionario chiamato Liang Shiqiu. Il libro conteneva alcuni sanwen in merito a come mangiare, ed era stato tradotto dal Maestro Shen molto tempo prima.

«Maestro Shen, non faccia complimenti! Assaggi prima questi due tipi di verdure.» disse con sollecitudine.

«Non serve.» Il Maestro Shen scosse la testa: «Ho mangiato le fave, sono a posto. Altro cibo mi scombussolerebbe.» Subito dopo aggiunse, per distogliere l’attenzione: «Questo ristorante non sembra affatto male. È meglio di tanti ristoranti della vita terrena. Ma ci sono cuochi eccellenti che, una volta morti, non cucinano più… è un vero peccato.»

«Come ve la siete passata in questi anni?» disse Qu Luyan.

L’invitante ascoltò quella domanda, dal tono pacato, del secondo ospite.

«Bene. È il figlio ad essere una delusione. È un ragazzo molto difficile.»

«Lo so.» disse Qu Luyan.

L’invitante era terrorizzato. Non gli era chiaro come facesse Qu Luyan a sapere che lui e Lin Wan avevano avuto un maschio e che fosse una delusione.

Ma decise comunque di non indagare in merito, e non poté fare a meno di ridere: «Ora non è più lo stesso. Non appena me ne sono andato, ha dovuto imparare a badare alla famiglia.»

«Capisco.» Qu Luyan mosse un po’ la sedia: «In realtà ciò che mi consola è vedere mia figlia sposarsi e farsi una famiglia in Australia. Sono proprio sereno.»

«Sei fortunato, non come me.» disse con parole sincere.

Finalmente arrivarono gli ultimi due ospiti. Quando il cameriere li accompagnò nella sala privata, era palese a tutti lo stupore suoi loro volti tesi.

Era una coppia, marito e moglie.

Il marito non aveva le braccia. Con il vecchio bastone da passeggio sotto l’ascella ed un equilibrio che sembrava precario, si sosteneva riuscendo a camminare correttamente da solo.

Quello era un tacito accordo tra lui e i propri arti mutilati che, di anno in anno, lo mettevano alla prova.

Se lo si guardava da una certa angolatura, quando appoggiava la fronte alle braccia mozzate, sembrava stesse per attaccare qualcuno, in realtà si asciugava semplicemente un po’ il sudore dal volto.

Indossava un vecchio giaccone di cotone nero leggero e ancora lucido, anche se era stato accuratamente accorciato lungo le braccia. Era un lungo cappotto da adulto con un paio di maniche da bambino e faceva strano pensare che avesse potuto comprarlo già così.

Nonostante quell’uomo avesse un sorriso timido, quasi vergognoso, era comunque sereno al contrario di sua moglie.

Lei, invece, aveva sì braccia e gambe completamente integre, leggermente grassa con dita tozze, capelli a mezza lunghezza frettolosamente raccolti in una coda di cavallo, ma il suo volto era pieno di stupore, come se non sapesse dove mettersi, non potendo far altro che stringere tenacemente il bastone di suo marito. E più lo stringeva, più l’espressione di quel volto era strana.

Il Maestro Shen si alzò in piedi, prese una sedia e disse al marito di sedersi.

Qu Luyan, come di buona norma, allungò la mano destra per presentarsi alla coppia, dicendo: «Piacere.»

Incerto su come porsi nei confronti dell’uomo, scansò leggermente la mano, e si rivolse di netto verso la moglie.

Lei spostò rapidamente lo sguardo sulla mano di Qu Luyan, lasciata lì sospesa nel vuoto, pur mantenendo quella sua espressione attonita. Ma lo distolse immediatamente, come se, dato che suo marito non aveva le mani, non fosse di buon auspicio soffermarsi a lungo sulle mani degli altri uomini.

In ogni modo, l’uomo annuì con garbo verso Qu Luyan e disse: «È un po’ lenta.» poi completò meglio la frase: «Non le piace molto fare visite.»

«Sono i miei vicini.» spiegò l’invitante.

«Sedetevi, prego.» Il Maestro Shen mise il menù sul tavolo, non molto distante da loro, e, al suono della sedia trascinata con noncuranza sul pavimento, la coppia si sedette con difficoltà.

La moglie non sapeva più come gestire il bastone del marito, poteva soltanto abbracciarlo, come se fosse un enorme animale domestico. Il bastone le passava obliquamente davanti al petto, la parte lunga era simile alla sbarra dei passaggi a livello, ma poteva sembrare anche una piccola, piccolissima rampa che si allunga dritta su una parete.

Qu Luyan le diede un’occhiata con grande attenzione e, con pazienza mai avuta prima, le disse con chiarezza, voltandosi verso di lei: «Dammi il bastone, ti aiuto a metterlo in un posto comodo.»

Ma era palpabile quanto lui stesso fosse infastidito dalle sue parole.

L’invitante prese il bastone dalle mani di Qu Luyan, lo appoggiò ad angolo retto sullo schienale della sedia del marito, il quale, seppur sembrava buffo nel suo agitare un poco le piccole e corte braccia mutilate, aveva l’aria di chi coltiva coscienziosamente una vita sociale seria, facendo sì che tutti lo considerassero inevitabilmente il leader della coppia.

Gli occhi del marito scelsero il Maestro Shen, inchinandosi leggermente, come un personaggio dei cartoni animati: «Quando era piccola, era molto vispa e cadde in acqua. Per poco non annegò, entrò in coma per alcuni giorni e, dopo essersi risvegliata, non fu più la stessa. Comunque anche se sembra un po’ strana, in realtà con le persone che conosce non si comporta così.»

«Hanno una bancarella di frutta all’ingresso del nostro quartiere.» disse piano l’invitante.

«Sì.» aggiunse il marito «E’ sempre stato lui a prendersi cura dei nostri affari.»

Durante la conversazione, il braccio sinistro, precisamente quel che rimaneva del braccio sinistro, pian piano separava un po’ quel vuoto tra lui e l’invitante.

Al guardarlo, poteva sembrare un tic nervoso, ma in realtà era l’espressione del noi.

Due estati prima, faceva molto caldo e loro chiudevano tardi la sera.

Il figlio dell’invitante, mentre rientrava ubriaco dall’università con la sua nuova macchina, una piccola bastarda incapace di agire come il suo proprietario, andò a sbattere contro la loro bancarella di frutta.

Il proprietario della bancarella, ovvero l’uomo dalle braccia mutilate, morì in modo cruento. E quel figlio buono a nulla, in preda a uno stato di totale smarrimento, chiamò Lin Wan terrorizzato.

Ciò che ne uscì, da quella telefonata in piena notte, fu per primo il suono di un discorso poco coerente e poi i singhiozzi di lui che interrompevano il discorso: «Mamma, cosa devo fare…»

Cosa si poteva fare, allora? Mentre lui e Lin Wan prepararono i risparmi di metà vita per risarcire i danni causati, in cambio della sua libertà, seppero che la moglie ritardata del proprietario mutilato della bancarella, la sera stessa che ricevette la notizia della perdita, era entrata silenziosamente nel lago del giardino fiorito del quartiere. Per poi morirci annegata.

La coppia non aveva figli. I parenti, arrivati dalla campagna, presero l’indennizzo perché troppo pigri per intentare cause legali contro di loro.

Quella coppia disabile di lavoratori instancabili era morta senza sapere chi fosse il loro investitore. Il marito, fondamentalmente, non fece in tempo a vedere chiaramente chi l’avesse investito, e la moglie non ebbe la forza di fare chiarezza in merito all’episodio.

Lei non sapeva far di conto, da sempre era stato il marito a tenere la contabilità della bancarella di frutta.

Il suo unico compito era quello di mettere la frutta sulla bilancia, fino a quando lui le diceva: «Ok, va bene.» Allora prendeva quella frutta ok, va bene e la metteva nel sacchetto di plastica. E malgrado tutto, lei sorrideva sempre ai clienti.

Non aveva bisogno che il suo uomo la dirigesse, potevano comunque collaborare, e di questo lei ne andava fiera.

E questa parte del mondo, per loro, forse poteva essere un buon posto.

Oggi sono venuti tutti i miei vecchi amici. Pensò l’invitante, provando stima per sé stesso. Poi disse, guardando con schiettezza quella coppia: «Non è stato affatto facile riunirsi, ma ora che ci siamo tutti, mangiamo.»

«Mangiare.»

Improvvisamente la donna capì e iniziò a tirar fuori qualcosa dalla sua borsa: «Prima di mangiare deve prendere la medicina.»

Guardò l’invitante, Qu Luyan e il Maestro Shen, e sforzandosi disse: «Ha la pressione alta, deve  prendere la medicina.»

«Ora non è più necessario prenderla, no? » Qu Luyan domandò dubbioso.

Il marito lo interruppe: «In ogni modo ha con sé, nella sua borsa, quel flacone di medicine: continuo a prenderle, qualunque cosa io mangi. Non sa che siamo morti entrambi, pian piano dovrò dirglielo.»

«Non è importante dirglielo o no.» disse Qu Luyan: «A lei basta poterti vedere. Da questa o da quella parte, suppongo che non ci sia alcuna differenza.»

La moglie svitò il flacone: le compresse, rivestite di zucchero, erano di un verde uguale a quello del semaforo. Ne versò, incautamente, una grossa doppia manciata nel palmo della mano.

Al suo fianco il marito, sospirando un poco, disse: «Due, due bastano, non ne servono così tante.»

Forse per quelle compresse, le sue dita erano esageratamente grosse. Riusciva soltanto a indicare con l’indice destro il palmo della mano sinistra.

E quella sua nervosa mano destra sembrava essere la mano di chi si prepara a scagliare una maledizione su qualcuno.

Noncurante, stava ancora separando tre, quattro compresse.

Il marito le ripeté pazientemente: «Due compresse, te l’ho insegnato, ripensaci…»

Lei si sforzò di pensare. Con l’indice leggermente tremolante, rimase lì indecisa su quel gruppetto di compresse così poche e leggere, e ci mancò poco che le soffiasse via con l’aria che le usciva dalle narici.

Gli arti mutilati del marito sembravano stessero avendo ancora uno spasmo, in verità stavano guidando la moglie: «Due compresse, esatto, ora è giusto…»

Fuori si stava facendo sempre più buio. L’invitante, senza tante cerimonie, si riempì il bicchiere e bevve tutto d’un fiato.

Durante tutta la sua vita, aveva contratto debiti con queste persone e con altre che stavano continuando a vivere.

Effettivamente, non poteva continuare a pensare ossessivamente a quei rimpianti.

E poi considerò, com’è che non sono ancora ubriaco?

A parte un leggero rossore in volto, non sentiva nulla.

Sembrava nascondere qualcosa, appoggiò il bicchiere e rivolgendosi al Maestro Shen rise: «Fa troppo freddo.»

Il Maestro Shen intervenne: «Eh sì. Si è fatto buio, nevica. Non ci rimane altro che berci su.»

Come libellule che sfiorano il vetro della finestra senza mai riuscire ad andare oltre, aveva ancore delle questioni irrisolte.

Ma Dio stava concedendo loro un mondo, un mondo sotto la neve.

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