Un giorno da cani

Ocean Drive Miami

Chi è Rosana Ubanell

Classe 1958. Nata a Pamplona, Spagna, vive e lavora a Miami. Corrispondente estera di vari media spagnoli per diversi anni, è stata editore di Nexos, rivista ufficiale di American Airlines, per quindici. Dal 2015, lavora nel settore della comunicazione e del marketing.

Autrice di best seller per passione, è una storyteller anche per professione.

Dichiara: «#In4words, I love to write.»

Volver a morir

Primo best seller della Ubanell, uscito nell’ottobre 2011 e ancora inedito in Italia, ha riscosso un notevole successo non solo negli USA, ma anche in Spagna e in America Latina. Dopo solo due mesi dal suo lancio, aveva già venduto più di 30.000 copie.

Un romanzo assolutamente giallo, per una scrittrice che non perde mai di vista il suo intento di mostrare e sfatare gli stereotipi legati al mondo latino americano, attraverso luoghi e consuetudini in una Miami a dir poco meravigliosa e perfetta.

Nelson Montero

Protagonista indiscusso del romanzo è un detective privato di origine cubana nato e cresciuto a Hialeah, un quartiere di Miami. Mediocre e anonimo, qualità perfette per un lavoro come il suo, è un quasi cinquantenne che adora il rum e la vita al suo giusto ritmo. A fare da scenario alle pericolose avventure di Nelson, fatte di intrighi e suspense, è una seducente Miami con i suoi segreti e i suoi misteri da svelare.

Capitolo 1 | Un giorno da cani 

Tornava dalla palestra, sudato ma rilassato, dopo un buon incontro di boxe. Gli piaceva farsi la doccia a casa dopo gli allenamenti. Sicuramente era molto più comodo che farsela negli spogliatoi.

E poi c’era la cena con sua moglie. A volte, se era fortunato, la incrociava mentre rientrava anche lei dal suo allenamento, e così potevano docciarsi insieme. Ovviamente poi si cenava un po’ più tardi, ma non importava. Era il momento migliore della giornata. Loro due soli raccontandosi com’era andata. Ognuno con le sue proprie storie, quelle di animali di lui e quelle di pazzi di lei. E se la ridevano di brutto.

Se non c’erano emergenze a rompere quella routine, durante il tragitto, che faceva scrupolosamente ogni lunedì, mercoledì e venerdì, ascoltava sempre l’emittente 93.1 FM. Guidando tra quei tramonti spettacolari e rossastri di Miami, gli piaceva ascoltare le canzoni sdolcinate di quella radio. Gli ricordavano quando era giovane, quei bei tempi andati che erano durati troppo poco.

Teneva sempre i finestrini abbassati per sentire la brezza gradevole sul volto, l’odore del prato appena tagliato nelle narici e il canto degli uccelli nella testa. Dopo la stanchezza da ring, per lui questo percorso era un piacere per i cinque sensi, ma soprattutto perché anticipava la compagnia di sua moglie.

Nell’avvicinarsi al ponte sul canale dell’Alhambra Circle, dove la strada si curva e si stringe, diminuì la velocità come faceva sempre. Lo imboccò, ma dovette svoltare bruscamente per evitare di investire un cane che in quel momento stava attraversando la strada.

Riuscì a raddrizzare l’auto, evitando lo schianto contro il parapetto, e uscì indenne dal ponte. Un millimetro in più e sarebbe volato in acqua.

Tremante, accostò al lato della strada, mentre la Easy 93.1 trasmetteva I’ll Never Love This Way Again, una delle sue canzoni preferite. La voce penetrante di Dionne Warwick si confondeva ora a un mansueto gemito che proveniva dal ponte.

“Dio mio, l’ho investito!” pensò.

Dopo aver trovato la torcia, uscì dall’auto, camminò fino al ponte e localizzò il cane. Lo afferrò frettolosamente e lo sollevò portandolo fino al ciglio della strada. Lo esaminò e costatò che aveva la zampa posteriore sinistra fratturata.

Non aveva il collare e neppure la targhetta identificativa. Era molto sporco, sicuramente un cane randagio oppure lo avevano abbandonato. Lo portò fino alla macchina, lo sistemò sul sedile posteriore e si diresse verso la clinica veterinaria, mentre avvisava sua moglie che sarebbe arrivato tardi per cena.

«Stai bene, tesoro?» gli domandò, allarmata.

«Sì, cara, non ti preoccupare. È stato più lo spavento che altro. Gli immobilizzo la zampa, gli do un calmante e lo lascio nella clinica fino a domani. Sarò lì in un paio d’ore al massimo.»

Sentì le mani umide al toccare il volante. Pensando che fosse il sudore per la paura, se le asciugò nel pantalone. Ma delle macchie rossastre gli svelarono che era sangue. Non se n’era reso conto a prima vista. Era possibile che il cane avesse qualcosa di più di una zampa rotta se sanguinava. Gli avrebbe fatto anche una radiografia.

«Poverino. Sei un border collie come la mia Elba. Chi è che è così cattivo da abbandonare un cane, l’animale più fedele del creato?»

Entrò nella clinica, ormai chiusa a quell’ora, e lo mise con molta cura sopra uno dei tavoli da visita. Si diresse prima a lavarsi e disinfettarsi le mani e mentre se le sfregava notò un leggero dolore. Vide che aveva diverse spine conficcate nelle dita e che probabilmente il sangue era il suo. Con l’adrenalina alle stelle per lo spavento non se n’era minimamente accorto. Quel povero animale sicuramente era pieno di quelle punte di cardo silvestre. Afferrò delle pinze e se le tolse, disinfettandosi bene dopo l’operazione.

«Ciao, Marino» disse al cane, entrando nella saletta.

Lo aveva già battezzato con quel nome da marinaretto, visto che per poco non finiva con auto e tutto il resto a navigare giù dal ponte. La sua teoria era che, seppur nullatenente, un animale dovesse avere almeno un nome. Quando glieli portavano, li battezzava sempre prima di mandarli al canile o in un altro centro di accoglienza.

La sua cagnolina Elba l’aveva adottata in uno di questi posti dove faceva volontariato, esercitando gratuitamente. Era una bellezza, bravissima e obbediente ovunque la mettesse. I pastori tedeschi che aveva prima, Walter e Hugo, provenivano dallo spesso posto. Un po’ più ribelli e canaglie, ma a quel tempo era single. Dopo la morte di Walter, Hugo non era durato neppure una settimana.

Esaminò accuratamente Marino e costatò che, in realtà, aveva soltanto una zampa rotta. Non stava sanguinando. Così gliela immobilizzò, gli diede un calmante per il dolore, per farlo addormentare un poco, e con le pinze cominciò a togliergli le spine.

«Sei fortunato ad avere così tanto pelo, ragazzo» gli disse a voce alta. «Le spine ti si sono solo incastrate nel pelo, a me, invece, me le hai conficcate nelle dita.»

A metà dell’operazione cominciò a sentirsi un poco nauseato e con lo stomaco sottosopra. Sicuramente aveva bisogno di mangiare qualcosa. Non aveva pranzato quel giorno e dopo l’incontro di boxe il suo corpo aveva bisogno di proteine.

Terminò la faccenda delle spine, mise Marino in una delle sue gabbie e si diresse verso il suo ufficio dove conservava qualche barretta proteica per casi di quel tipo. A volte si presentavano delle urgenze dell’ultima ora e, se non mangiava qualcosa, si sentiva male. Mentre ne apriva una, si mise comodo sulla sedia del suo scrittoio e con tutta calma iniziò a masticarla.

Era soddisfatto di sé stesso. Gli sarebbe piaciuto fare medicina, ma alla fine aveva pensato che la medicina veterinaria fosse più una certezza. Non se n’era mai pentito. Si sentiva orgoglioso del suo lavoro e di tutto ciò che aveva raggiunto nella vita. Aveva rinunciato ad alcuni progetti importanti che gli sarebbe piaciuto approfondire, ma in determinati momenti della vita occorre decidere con fermezza che strada prendere.

Finì la barretta proteica e si alzò. Sentì nuovamente una leggera nausea, ora accompagnata da una certa pressione e pesantezza nel petto che arrivava fin su alla spalla, al braccio e al collo. Si spaventò. Aggrappandosi alla parete, uscì dall’ufficio quasi senza fiato, ma riuscì ad arrivare fino alla sala chirurgica, dove conservava le aspirine.

Cominciò a sudare copiosamente e le nausee erano sempre più forti. Aprì alla buona e meglio l’armadio delle medicine e a fatica aprì un barattolo con delle compresse, prendendosene una.

Non riusciva più a stare in piedi. Il dolore era sempre più acuto e continuava ad arrivare ad ondate, accompagnato da palpitazioni. Si sdraiò sul tavolo operatorio, lasciando cadere il barattolo a terra. Cercò di tirar fuori il cellulare dalla tasca posteriore dei pantaloni. Riuscì per miracolo a digitare il 911.

«Qual è l’emergenza?» sentì la voce dell’operatrice.

Si sentiva sempre più debole e non riusciva proprio a rispondere.

«9,1,1, sta bene? Da dove chiama?»

Cercò di farfugliare almeno il suo nome, ma gli mancava il respiro.

«Mi dia la sua localizzazione.»

Il cellulare gli scivolò dalle mani, schiantandosi a terra.

La  luce forte della lampada della sala operatoria sopra la sua testa lo infastidiva. Chiuse gli occhi.

Il suo ultimo pensiero fu per la sua amata moglie. E nonostante il tremore violento gli stava attraversando tutto il corpo, riuscì a sentire un ululato straziante provenire dalle gabbie.

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