Toilette per coltivatori di terra

Chi Zijian e il suo Heilongjiang

Chi è Chi Zijian

Famosa scrittrice cinese, è nata nel 1964 e cresciuta nell’Heilongjiang, una delle province più fredde e aride all’estremo nord della Cina. Narrativamente legata alla sua terra e al suo passato, ne parla con fierezza, semplicità e grande capacità descrittiva.

Toilette per coltivatori di terra è un saggio, sanwen in cinese, che fa parte di una raccolta di saggi di Chi Zijian intitolata Il mio mondo sotto la neve (《我的世界下雪了》) e pubblicata nel 2005 dalla casa editrice Shandong huabao. Il fil rouge di tutta la raccolta, e pertanto tematica anche di questo saggio, è la vita dei coltivatori di terra dagli occhi a mandarla.

Un saggio breve quello che vi presento oggi, e che ho tradotto personalmente dal cinese all’italiano, per chi ama in generale la Cina, ma soprattutto i paesaggi agresti sconfinati, gli usi e costumi contadini, e per chi sogna, o magari la vive anche, una vita rurale fatta di semplici e piccoli gesti quotidiani.

 

Il mio mondo sotto la neve | Chi Zijian
La raccolta intitolata Il mio mondo sotto la neve di Chi Zijian, di cui fa parte il saggio Toilette per coltivatori di terra

Toilette per coltivatori di terra | Chi Zijian

Provo invidia per oche e anatre. A loro basta un po’ d’acqua, che sia un grande fiume impetuoso, una catinella o una pozzanghera, sono sempre pronte a svolazzarci dentro, a caccia di cibo.

Farsi il bagno per loro è semplice.  Non devono togliersi i vestiti, lavarsi e insaponarsi. Alcune capriole nel fiume, qualche immersione di testa, et voilà, pulite!

E poi a riva, per far schizzar via le ultime gocce d’acqua, basta che sbattano un poco le ali, e saranno subito lisce e brillanti, pronte per tornare a casa, dondolarsi di qua e di là.

Che invidia. D’estate potrebbero lavarsi tutto il giorno. Se solo ne avessero voglia.

Ma se si pensa alla specie umana, beh, ci sono molti più disagi da tenere in considerazione. Come l’acqua del fiume, quando fa molto caldo, sono soltanto i bambini a provarla, prima con la punta dei piedi e, poi con i loro culetti bianchi. E poi avanti così, in un continuo tuffarsi lì dentro. Lo chiamano bagno, in realtà lo fanno soprattutto per divertirsi. Ai genitori però non piace questa loro abitudine. Alcuni sono annegati proprio lì dentro. Ma quando glielo vietano, di solito non parlano degli annegamenti, ma li impauriscono, dicendo loro che dentro l’acqua ci sono dei pesci ferocissimi, che mangiano soprattutto i loro piccoli. E se non ci fossero più i piccoli, dicono, sarebbero spacciati. Ma certo questo non li spaventa. Anzi, continuano ad andarci, pensando che sarebbe divertente farsi morsicare da quei pesci mentre pisciano.

Ma poi che importa?

Le ragazzine però non sono così disinvolte. Se vanno alla riva del fiume, di solito, è per spazzolare le scarpe o fare il bucato. E anche se dopo il lavoro, al vedere quell’acqua così cristallina, vien loro voglia di farsi un bagno, si rimboccano soltanto pantaloni e maniche, per lavarsi collo e gambe. Non osano togliersi i vestiti. Del resto a guardarle non ci sono solo nuvole e uccellini in volo.

Ma il bagno più ufficiale e solenne, era quello del dodicesimo mese del calendario lunare. Si chiamava tirare l’acqua, ed era un vero e proprio bagno.

Ricorreva all’incirca due tre giorni prima della notte di capodanno. Fuori dalla finestra, soltanto neve. E trenta quaranta gradi sotto lo zero. Nelle case, il fuoco della stufa ardeva ininterrottamente, e portava la temperatura interna ai venti gradi e oltre.

Si faceva bollire un pentolone d’acqua e, quando anche il kang (Il letto di mattoni di forma rettangolare e riscaldato dall’interno con il fuoco, tipico delle popolazioni del nord della Cina, ndr) diventava bollente, ci si collocava sopra una enorme tinozza in metallo per farci il bagno. Si versava poi l’acqua, si tirava la tenda e la stanza da bagno era pronta.

E chiunque si mettesse a fare il bagno impiegava sempre almeno una, se non due ore, per lavar via la fatica di un anno intero. E mentre dentro casa c’era chi si lavava, fuori c’era chi invece faceva la fila ascoltando quel che accadeva là dentro. Si continuava ad alimentare la stufa, in modo tale che il kang rimanesse sempre caldo. Con il mestolo si rabboccava la tinozza e così via. I fumi riempivano la stanza da bagno e i guizzi d’acqua si spargevano ovunque. Grondanti di sudore, ci si lavava. E i pori si schiudevano, emanando fragranze delicate, quasi come se fossero boccioli. Persino l’anno appena trascorso appariva straordinariamente pulito e unico.

Naturalmente, la gente solo d’inverno usa la camera da letto come stanza da bagno. Ma una volta arrivata l’estate, alcune famiglie se ne inventano una nuova nel magazzino. E come energia termica? Il sole.

Presa una grande cisterna di gasolio pulita, si fanno due buchi uno a destra e uno a sinistra, un capo collegato al tubo di entrata dell’acqua, l’altro al tubo di uscita, dove capsule di loto fanno da soffione per la doccia. La cisterna viene posizionata in cima, mentre tubi e fili sbucano fuori dalla tettoia del magazzino. L’acqua viene poi continuamente rabboccata in modo tale che, una volta uscito il sole, si riscaldi naturalmente. E il sole non se ne accorgerà neppure di averlo fatto.

Di solito, ci si lava a mezzogiorno. Il sole sarà anche dannoso a quell’ora, ma l’acqua è di sicuro più gradevole. Ovvio che questo tipo di stanza da bagno è utile soltanto in estate, il sole in primavera e in autunno non è così forte, e in inverno, in un mondo completamente innevato, esiste solo di nome ma non di fatto.

Se ci si mette a far paragoni, il gabinetto dei contadini è molto più pratico della loro stanza da bagno. La gente ci va tutti i giorni come minimo due, tre volte e al massimo cinque, sei volte. Ed è per questo che ci si mette una gran cura nel costruirlo, nessun dettaglio può essere assolutamente trascurato.

In genere il gabinetto dei contadini viene costruito in mezzo all’orto, distante venti trenta metri dall’abitazione, altrimenti in piena estate se tu aprissi le finestre, l’odore fetido di urina riempirebbe la stanza.

Per il gabinetto si scava un buco profondo un metro e mezzo circa, poi si fissano quattro pali sopra al buco e si chiude tutt’intorno con tavole di legno. Anche la tettoia viene chiusa con le tavole di legno, ma ovviamente questo non basta. La si riveste con uno strato di carta feltro oleata, per evitare che nei giorni di pioggia l’acqua piovana goccioli lungo le fessure del legno, facendoti sentire a disagio mentre vai cercando comodità. Sopra il buco del gabinetto, si costruisce una pedana di forma quadrata, ovviamente nel mezzo si scava un buco, come passaggio per drenare. D’estate ogni dieci, otto giorni si getta della terra nel buco oppure della segatura, per evitare che mosche e larve prolifichino.

Ma quando arriva l’inverno, di norma non si hanno più questi tipi di disagio. Anche se ce ne sono comunque altri in questo periodo dell’anno. Come il freddo rigido, per esempio, che è ancor più infimo delle mosche. Ti colpisce dall’interno. Un tempo a causa sua, molti anticipavano la fine dei loro bisogni. Avevano i sederi così congelati da non riuscire a tollerarlo. Ecco perché d’inverno il gabinetto ha più l’aria del patibolo.

E una volta arrivata l’estate, alle famiglie più sdolcinate piace mettere alcune file di fiori davanti al gabinetto. In modo tale che, nell’accovacciarti lì dentro, potresti ammirare quei fiori attraverso le fessure del legno. Ma non solo. Potresti osservare l’orto verdissimo, guardare se i cavoli devono essere concimati, oppure se i piselli necessitano di essere puntellati con il vimini per arrampicarsi meglio, o se si dovranno potare le pianticelle di cachi e altro ancora.

E poi, ci sono alcune persone a cui piace portarsi la pipa in bagno. Schioccare le labbra mentre aspirano il fumo e defecano, compiaciuti della loro stessa musica! Ecco perché in questa stagione alcuni, andando al gabinetto, occupano metà della loro pausa pranzo.

La strada che porta al gabinetto è molto stretta, non può essere fatta di terra, altrimenti con l’arrivo della stagione delle piogge, lasceresti le impronte sporcando la pavimentazione interna. Quindi, si cerca di migliorare la stradina: la si ricopre con tavole di legno, o con pezzi di mattoni frantumati avanzati dalla costruzione del riparo per la covata degli animali da cortile oppure si pavimenterà la stanza. Dopo il risciacquo dell’acqua piovana, la strada fatta con le tavole di legno rivelerà una luce color giallo pallido, come se fosse burro, mentre quella di mattoni frantumati in genere risplenderà di un bel colore rosa, come se fosse pavimentata da nuvole rosee.

Alcuni gabinetti di famiglia si trovano proprio accanto a quelli dei vicini. Infatti, spesso li si sente chiacchierare tra loro, ognuno accovacciato nel proprio gabinetto. Ovviamente chi chiacchiera sono le donne. Alle volte parlano di sciocchezze famigliari, altre volte discutono di fatti discretamente importanti, tanto da far sembrare il gabinetto una sala convegni.

Uno dei miei ricordi, legato al gabinetto, è proprio il rapporto che avevo con una nana.

Lei non abitava nel nostro villaggio, ma in un paese chiamato Ottantaquattro. Essendo alta solo settantatré centimetri la gente la chiamava Settantatré. Tutte le volte che veniva da noi usava la macchina. Dato che chi guida, è ipercriticato dagli automobilisti stessi, è difficile usare la propria macchina. Ma, nonostante ciò, con lei tutti si comportavano da amici. Nessuno reagiva. Probabilmente la consideravano un angioletto.

Arrivava quando c’era la festa dei bambini del nostro villaggio. E tutte le volte, portava sempre con sé un sacco. Un sacco che la faceva velocemente diventare alta nel momento in cui lei ci saliva sopra. In realtà sembrava che ciò la infastidisse. Riguardo a cosa contenesse quel sacco nessuno lo sapeva, perché era sempre chiuso. Alle volte, sembrava pesantissimo, probabilmente conteneva riso, farina o fagioli, e altre volte pareva leggerissimo, forse custodiva verdure essiccate oppure ovatta.

Non appena Settantatré arrivava al villaggio, andava a casa di Da Laoyu. Era un uomo genuino, schietto e sincero. Più grande di lei sia in età che in altezza, non si era mai sposato, forse perché era povero. Settantatré andava a casa sua non per regalargli cereali, ma per lavargli le coperte e i materassi, rammendargli i vestiti, confezionargli pantaloni e giacche imbottiti e altro ancora. Tutti sapevano che Settantatré andava a trovare Da Laoyu per un altro motivo, ma lui la trattava con indifferenza, così come la sua bassa statura. Non appena Settantatré arrivava da Da Laoyu, la casa  profumava di laobing (una specie di crêpes aromatizzate con cipollotto e altri ingredienti, ndr).

E proprio quando li preparava, a noi piaceva andare a trovarla da Da Laoyu. Ci sembravano interessanti come i personaggi del huaben. (Il huaben è l’opera letteraria tradizionale cinese nata in epoca Song (960-1279 d.C.) e scritta in cinese classico con trama storica che, attraverso personaggi popolari delle Dinastie Song e Yuan (1279-1368), tratta questioni sociali tipiche di quel periodo, ndr). Forse a lei però non piaceva. Come sentiva entrare qualcuno in cortile, si nascondeva nel gabinetto, che per lei era come un salottino, e non voleva saperne di uscire. Sapendolo, affrettavamo il passo, ci posizionavamo a destra e a sinistra del gabinetto e aspettavamo: neppure il cattivo odore ci faceva desistere, e nell’attesa guardavamo a lungo i suoi occhi. Ma Settantatré era proprio come un gatto, non voleva saperne di uscire da lì dentro. Ci rimproverava, pregandoci di andare via. E alla fine, chi riusciva a tirarla fuori era ancora Da Laoyu. Dopo averci cacciato via, ci affrettavamo ad allontanarci, e Settantatré finalmente usciva fuori. Si aggrappava al collo di Da Laoyu, come se fosse un bambino, e tornavano insieme dentro la casa.

Alla fine si sposarono. Ebbero un bambino, astuto già da piccolo e più alto di sua madre. Formata la famiglia, si trasferirono a Ottantaquattro. Le donne del piccolo villaggio quando spettegolavano di Settantatré, esclamavano sempre: “È così piccola, come ha potuto mettere al mondo un bimbo così grande? È veramente inimmaginabile!” E noi, al passare per l’orto abbandonato di Da Laoyu, guardando quel gabinetto un po’ storto, ci ricordiamo sempre di Settantatré e ne sentiamo la mancanza: una piccola persona sagace che è sparita dal nostro villaggio.

La scrittrice cinese Chi Zijian
La scrittrice cinese Chi Zijian

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